Google, Microsoft e i brevetti: quando le aziende sembrano bambini

Hymn to Future è fermo da un bel po’, sicuramente troppo, ed uno dei motivi è che mi sto adoperando per farlo rinascere in vesti migliori e più grandi. Purtroppo non parliamo né di domani né del mese prossimo e quindi non troverete aggiornamenti se non in rari casi… come questo ad esempio.
Sono recentemente andato in ferie e leggendo le innumerevoli news tecnologiche arretrate ho trovato un argomento che ha toccato la mia grigia creatività a base di semiconduttori. David Drummond, Senior Vice President and Chief Legal Officer di Google, ha manifestato il malessere dell’azienda sul blog ufficiale, sotto continuo attacco da parte di Microsoft e Apple (senza dimenticare Oracle…). I due colossi, storici avversari, approfitterebbero del sempre più malandato sistema dei brevetti statunitense per rallentare e fiaccare il “nemico” nelle aule di tribunale.
Drummond si riferisce esplicitamente al caso Nortel: la società di telecomunicazioni canadese in bancarotta che, per via delle sue proprietà intellettuali, ha destato l’appetito dei principali operatori del settore, Google compresa. Immancabile il richiamo finale al Department of Justice perché si adoperi per una auspicata riforma della tutela delle opere d’intelletto.
Sebbene la maggior parte delle aziende abbia assistito in silenzio allo sbotto di Google, Microsoft ha risposto a tono. Frank X. Shaw, Corporate Vice President e Brad Smith, Senior Vice President Legal and Corporate Affairs, hanno entrambi sottolineato su Twitter che Google era stata invitata a partecipare all’acquisto dei brevetti insieme al consorzio composto da Microsoft, Apple e RIM, ma la società non avrebbe accettato.
Effettivamente BigG ha offerto 900 milioni di dollari per acquistare oltre 6000 brevetti, riguardanti le tecnologie 3G e 4G, di Nortel ma è stata sonoramente battuta dal suddetto consorzio che ha esborsato circa 4,5 miliardi. Perché non allearsi per “sconfiggere” insieme i patent trolls?
La società di Page e Brin afferma che l’accordo congiunto non avrebbe portato i benefici sperati mentre Microsoft sostiene che Google volesse utilizzare i brevetti come arma d’attacco (o di difesa??).
La querelle non è ancora terminata e da Mountain View affermano di essersi rivolti all’antitrust. Staremo a vedere cosa succederà. Nel frattempo possiamo fare alcune considerazioni sull’accaduto.
Android è attualmente oggetto di 45 cause di patents infringement, molti dei produttori di handset hanno concluso accordi con Microsoft per coprirsi le spalle, e questo dimostra la necessità di una riforma legale. Che tipo di riforma? Difficile dirlo. I brevetti sono uno strumento indispensabile per favorire l’innovazione ma come ogni sistema sono anche loro imperfetti e talvolta finiscono per osteggiarla. La tematica è delicata e solo degli esperti del settore possono avere i mezzi per individuare gli aspetti chiave da modificare. Quando la vedremo? Chissà. Secondo Arstechnica i tempi non sono affatto maturi e gli interessi in gioco sono troppo elevati per favorire un rapido aggiornamento delle normative. Difficile trovarsi in disaccordo con la prestigiosa testata.
Al contrario molto si può dire della condotta di Google e di Microsoft. Un esponente di spicco di BigG ha pubblicamente esposto una situazione di malessere: da un certo punto di vista questo è un segnale importante che la stampa ha valutato con serietà, dall’altra è impossibile togliersi dalla mente l’immagine di un’azienda da 30 miliardi di fatturato e 8 miliardi di utile netto che fa la figura del “crybaby” di fronte al mondo. Lamentarsi è una condotta pericolosa per una società e presta facilmente il fianco alle critiche.
Giusto o no che sia, la legge americana consente di querelare i concorrenti per la violazione dei brevetti. E’ innegabile che questo strumento sia utilizzato in modo improprio per limitare la competizione ma quando sono in ballo milioni (o addirittura miliardi) di dollari difficilmente ci si può aspettare il fair play (e comunque in ultimo c’è sempre il giudice a decidere). Google, Microsoft, Apple, Samsung, HTC, RIM e via dicendo sono tutte società solide e capaci di affrontare le dispute legali che le vengono poste. Il mercato è (almeno nella telefonia), grazie al cielo, competitivo sebbene si parli di varie configurazioni di oligopolio (nel mondo dell’innovazione non ci si può semplicemente aspettare di meglio: è per sua natura in contrapposizione alla concorrenza, in quanto consente alle società di differenziarsi dai competitors) e ogni attore lotta con i denti per strappare anche decimi di quota. Google non è diverso dagli altri e a dispetto dell’ipocrita motto (Don’t Be Evil) non può pretendere che gli avversari ci vadano troppo morbido.
Non sapremo mai come è andata veramente la questione Nortel, le aziende avevano le loro strategie e se BigG non è salita sul carro dei concorrenti è perché l’ha valutato conveniente per il proprio business. Piagnucolare ad affare concluso, portando avanti mezze verità (sia Google che Microsoft), non sembra la strategia più azzeccata a livello d’immagine specie se a farlo è un’azienda con una posizione dominante assoluta nella pubblicità e nelle ricerche online nonché sotto indagine per concorrenza sleale. Gli USA hanno sicuramente bisogno di un nuovo sistema di tutela dei brevetti ma è difficile sostenere che non vi siano modi migliori per sensibilizzare le istituzioni e i cittadini. Un’uscita di basso livello per un campione come Google.

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